UN CUORE NUOVO E L’AMORE PER LA VITA

Articolo pubblicato su “La Voce della Vita” Ed. Giugno 2016

Attraverso le tenebre, la via della guarigione e della rinascita.

“Buio. Solo buio. Buio senza fine, senza dimensioni. E quando la luce è arrivata, era una luce troppo violenta, accecante, che i miei occhi, ancora deboli per tutte le lacrime versate, non hanno potuto sopportare”

Beatrice Fazi, la Melina della fiction di grande successo Un medico in famiglia, mi accoglie a casa sua un giovedì mattina.

Sì, è vero ci conosciamo. Me nemmeno poi così tanto.

E’ che Beatrice, come le ho scritto su un bigliettino che accompagnava un mio cadeaux donatole in segno di gratitudine per questa opportunità concessami, ha un cuore nuovo e si vede!

Si vede dalla fiducia che oggi ha nella vita e nel prossimo. Nell’amore che mette in ogni cosa che fa. Anche una semplice chiacchierata con la sottoscritta.

“Come fai tu a sapere com’era Beatrice prima di oggi?”, qualcuno potrebbe dire.

Beh, perché ho letto il suo libro: “Un cuore nuovo”, (Ed. Piemme) appunto.

E si coglie subito questa differenza. Lei, oggi, con questo libro e con questa ennesima intervista, si sta donando a noi. Ci sta consegnando una parte di sé. E, assieme ad essa, una gioia di vivere ritrovata.

Si scusa per il caos (secondo lei!) e aggiunge: “ma sai…con i ragazzi…”. Quasi per una consuetudine, il mio pensiero corre ai miei due figli e tuttavia, simultaneamente raddoppio ai suoi quattro di cui l’ultima, Maddalena, ha solo dieci mesi. E parte i primo sorriso!

Ci sediamo sul divano, una difronte all’altra e Maddalena, in sottofondo, ci fa compagnia con il suo lallare e ridere alla vita. Un’esplosione di bellezza, tenerezza e serenità. Proprio come la sua mamma!

Siamo qui, poiché le ho chiesto di raccontare direttamente a “La Voce della Vita” la sua esperienza vissuta a vent’anni: l’aborto. Siamo entrambe emozionate, ma di una cosa siamo certe: andrà tutto bene, nonostante la drammaticità dei fatti che stiamo per affrontare. Poiché Beatrice non è più sola, è guarita, ed il suo Matteo, il bambino mai nato, le da la forza di essere testimone di vita.

“A vent’anni hai scoperto di aspettare un bambino. Quali sono state le sensazioni del primo momento e cosa e chi hai dovuto affrontare?”

Ero spaventata a morte. Non potevo credere che fosse successo davvero e che fossi davvero io la protagonista di quegli accadimenti. La persona che avrebbe dovuto accogliere la vita assieme a me, appena ha saputo la verità, mi ha sbattuto la porta in faccia. Ero sola. Assolutamente sola e persa.
Non potevo andare da mia madre; ero andata via di casa in maniera molto risoluta e decisa. Tornare indietro e per giunta incinta, non era proponibile.

“Ero rimasta incinta. La notte di Capodanno del 1993, a vent’anni e mezzo. Ero andata a letto, quella notte per la prima volta, con l’uomo che credevo di amare, che mi aveva affascinata dall’alto dei suoi diciassette anni in più dei miei, con la sua cultura, la poesia, la sua follia. Lo conoscevo da così poco. […]Ero una sprovveduta in cerca dell’Amore che cambia la vita. Avevo nel cuore un disperato bisogno di essere amata e, come tutti, il desiderio di essere felice

Così, fui completamente in balìa delle catechesi delle amiche, le uniche persone con le quali mi potevo confrontare. Sostenevano che ero giovanissima, che stavo studiando e che non avevo un lavoro, che ero sola e che a mala pena riuscivo a badare a me stessa. Che con un figlio non avrei mai fatto carriera. Ho ascoltato loro, le emancipate, le femministe, le radicalchic, quelle dal corpo perfetto e piene di amici, le ricche, spensierate e alla moda, le attrici. Quelle che sostenevano che in fondo, si trattava solo di un “grumo di cellule” e che un bambino mai nato è un bambino che non è mai esistito. Mi sono lasciata convincere a fare la “cosa giusta”. Abortire.

[…] “Sono consapevole che il dubbio mi perseguiterà per tutta la vita. Il dubbio di avere fatto la cosa peggiore. E, se per qualcuno sarà stata la soluzione migliore, mi perseguiterà il rimorso, per sempre”.

Quindi, la prima cosa che feci, fu andare da una ginecologa per avere la conferma di ciò di cui ero già a conoscenza. Andai da lei spaventata e maledicendo ciò che mi era accaduto, ma forse non cercavo consensi. Mi invitò a parlare con il padre del bambino e a valutare insieme a lui il da farsi. Probabilmente cercavo qualcuno che accogliesse la mia preoccupazione e mi dicesse la verità. Tuttavia, l’unica cose che mi poté dire fu che, se avessi deciso di non tenere il bambino, siccome lei non praticava aborti, mi sarei dovuta rivolgere ad un consultorio.

“Quale è  stata la tua esperienza all’interno del consultorio?”

All’epoca si fumava ancora nei luoghi pubblici e al chiuso e incontrai una psicologa che tra un tiro di sigaretta e l’altro e chiacchierando con una sua amica, mi ha fatto due domande semplici: “Vuoi abortire?” “Sei sicura?”. Tutto qui. Questa è l’applicazione della legge 194.“[…] Che efficienza la legge 194. Nessuno spazio a dubbi, a cedimenti, una volta avviata la pratica al consultorio, sei su uno scivolo senza freni, senza intoppi, in corsa fino alla fine.”

“Chi so quelle d’a 194?

Dal fondo del corridoio dell’ospedale la frase dell’infermiera dal forte accento romano mi arriva dritta in faccia come uno schiaffo. Mi guardo intorno sperando che non tutti abbiano inteso, ma gli occhi indagatori degli astanti mi feriscono come laser puntati contro di me. Sollevo timidamente la mano. Non ho neanche il coraggio di pronunciare: “Io”. Lo sussurro. E a quel sussurro subito se ne accavallano altri. “Eccomi.” “Sono qui.” “Anch’io. La prima cosa che ho pensato è stata: “Così tante?”.Saremo state in cinque o sei. Ma mentre aspettavamo di essere chiamate, schermata dalla mia vergogna, non ci avevo proprio fatto caso.

[…]”Ero arrivata all’Ospedale Regina Margherita molto presto quella mattina. Mi ava accompagnata in taxi Marianna, l’amica con cui avevo vissuto i primi anni da studentessa dopo il trasferimento a Roma. Mi aveva offerto il suo sostegno subito. Mi aveva vista disperata, angosciata, impaurita, la sera in cui l’avevo cercata per confidarle il mio segreto”[…]

[…]“Ricordo ancora il dolore tremendo che provai al risveglio dall’anestesia. Mi sembrava che qualcuno mi avesse afferrato il mio ventre dall’interno, stringendo e tirando senza smettere, senza tregua. Bruciava. Piangevo e chiedevo aiuto. Volevo solo che quella tortura finisse. Ma l’unica risposta che l’infermiera mi elemosinava svogliatamente era: “adesso ti passa. Non posso farci niente”. E il suo ghigno ma celava un pensiero: “Ti sta bene. Potevi pensarci prima” […]

[…]“Continuavo a domandarmi perché fossi rimasta lì. Perché non ho avuto il coraggio di fuggire, di dare ascolto a quel flebile grido di sopravvivenza che mi urlava dentro di non farlo, di ripensarci? Allora ripercorrevo tutte le tappe della vicenda: quando ebbi la nausea per la prima volta durante una lezione all’università, il test nel bagno di casa, la prima ginecologa, obiettrice, che confermò l’esito positivo e, sola, mi disse di parlare col padre del bambino, di trovare un’alternativa, di scegliere la vita”.

“Beatrice, se avessi trovato all’interno di uno di questi consultori o in ospedale, un’alternativa. Una voce diversa da quella di tutti. Un Centro di Aiuto alla Vita. Avresti prestato attenzione?”

 

Onestamente, non saprei. Quando sei convinta di quello che vuoi fare è difficile cambiare idea. Ma se mi avessero detto francamente quali sarebbero state le conseguenze. Avrebbero dovuto essere onesti e dirmi che quell’azione avrebbe provocato in me una ferita enorme. Dalla quale guarire è quasi impossibile. Invece, non si parla di ciò che l’aborto comporta sulle donne. Questo non te lo dice nessuno! Continuano tutti a parlare di quel grumo di cellule, ma è molto di più!

“Eppure, se in quella fase qualcuno mi avesse parlato un’altra lingua, mi avesse offerto un altro punto di vista, se quella psicologa al consultorio non mi avesse liquidata con una domandina di rito, tra una chiacchiera e l’altra con la sua collega, se si fosse fermata un attimo, se mi avesse guardata con un po’ d’amore, forse avrei trovato la forza di scegliere la vita e, oggi, quel figlio avrebbe avuto ventidue anni”.

Tanto di ciò che ho sofferto, dopo, è stato conseguenza di quell’aborto. Non ultimo il fatto di aver riversato una certa dose di rabbia e violenza sui miei figli nati, perché inconsciamente ho fatto pagare loro il diritto di essere venuti alla luce. Quel diritto negato al loro fratello/sorella. Oggi per me, fratello, Matteo.

Oggi sono una madre diversa. Oggi che ho riconosciuto questo mostro che si era assopito in me senza mai smettere di urlarmi dentro e manifestandosi attraverso le malattie sintomatiche quali la bulimia e l’anoressia.  Ho cercato poi, di darmi delle risposte percorrendo varie strade. Ma solo dopo l’incontro con Cristo, la Verità, la Via e la Vita, io non sono guarita. Oggi sono guarita. Parliamo di fatti accaduti nel 1993. Sono guarita due anni fa. Solo dopo aver scritto questo libro.

Bisogna dirlo alle ragazze: potrai far finta tutta la vita. Potrai pensare a lungo di aver fatto la “cosa giusta” mentendo a te stessa, ma in qualche modo questa ferita sanguinerà e la riconoscerai solo quando la ricondurrai a quel lo che ti hanno fatto credere fosse un tuo diritto.

Se nei consultori, facessero ascoltare alle ragazze che vi si rivolgono per abortire, delle testimonianze di donne che hanno scelto la vita. Della gioia di cui si viene in possesso dall’accoglienza della vita e della disperazione di quelle che, invece, hanno avuto consapevolezza e non possono tornare indietro. Sono certa che si eviterebbero molti aborti.

“Alla luce di quanto hai vissuto e con quattro figli, di cui almeno due già in piena adolescenza, quali argomenti ritieni siano di assoluta importanza affrontare con loro e per loro?”

La sessualità. L’affettività. Insegnare ai giovani il senso del dono di sé una volta e per sempre. Non è un fatto di bigottismo, un fatto relegato esclusivamente ad un ambito religioso o culturale, è proprio uno stile di vita. Uno stile che rende piena e felice la tua vita. Legata alla libertà personale ed individuale. Amo perché sono libero e sono libero di amare. In un’epoca in cui tutto è sessualizzato è molto difficile far passare questo concetto ma bisogna impegnarsi da subite e sempre ad iniziare dalla famiglia. I ragazzi comprendono attraverso l’esempio che i genitori danno loro. E una collaborazione, un’interazione con quanto li circonda; la scuola, gli amici, i loro passatempi. Mostrargli la strada, la stessa che tu stesso stai percorrendo.

“Un tuo pensiero sui centri di aiuto alla vita?”

Io li benedico! Quando venivo contattata, in passato, da altri Centri di Aiuto e ancora non avevo sconfitto quel mostro assopito in me, ero un po’ in difficoltà. Oggi, dico: “Signore quanto sei buono! Mi hai reso degna. Mi hai ridato la dignità” e credo fermamente che i Centri di Aiuto alla Vita rappresentino quell’opportunità capace di salvare tante piccole vite nascenti e non solo. Anche la vita delle madri che non rinunciano ai loro figli, grazie alla presenza di quella….voce per la vita.

Stefania De Angelis

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